Raffaella Guidobono
Il libro che sfoglia quasi ogni giorno da due mesi è “The Interrogative Mood” di Padget Powell: 164 irresistibili pagine piene soltanto di domande. “Perché” – dice –“le domande sono necessarie per evolvere, come il confronto”.
Le piacciono le città scomode ma necessarie come Palermo, Istanbul, Venezia, Bogotà, Mumbai, Città del Messico. E quest’anno ha in programma di andare a vedere che cosa succede a Seoul e a Florianopolis per soddisfare la sua ambizione di ubiquità.
Curatrice di diverse mostre, ha ideato il progetto itinerante Detour per Moleskine: artisti di tutto il mondo sono chiamati a lasciare sul famoso taccuino la loro traccia e la loro visione del presente e del futuro.

Da dove trae l’ispirazione per il suo lavoro?
A parte i siti cult Core77 e di recente Design Observer, il blog di Tavi Gevinson e BoF di Imran Amed, potenzialmente da tutto: colgo segnali dal cinema, il teatro, la moda per strada e la gente che aspetta in aeroporto. Si capiscono molte cose osservando chi sta per intraprendere un viaggio…
A proposito di viaggio, la prossima tappa di Detour, il progetto itinerante che ha ideato per Moleskine, riguarda Venezia, e sarà presentato come evento collaterale alla Biennale 2010. Ce ne racconta lo spirito?
I taccuini sono un modo per fissare la memoria, sottraendola all’accelerazione cui siamo sottoposti. Ma anche un esercizio di stile e un contenitore di idee, talvolta visionarie. Così è successo per “Detour/Mapping Contemporary Venice”, che sarà presentata il prossimo 25 agosto. Una selezione di 10 architetti, un artista, un antropologo e un designer sono stati invitati a delineare un passaggio concettuale verso i possibili futuri di Venezia, incoraggiando un confronto tra sviluppo economico e innovazione sostenibile. Accanto a JDS, Aranda/Lasch, Giuseppe Amato, 5+1AAA ho selezionato borsisti, dottorandi in design per tracciare percorsi multimediali e un’idea di presente tra molteplici destini di Venezia. Il senso complessivo del progetto sta nel progresso attuale dei saperi e della tecnologia, in una sorta di prospettiva neo-umanistica ma proiettata nel futuro.
Qual è la chiave per coltivare la bellezza e il talento?
Scegliere di intraprendere percorsi non lineari e coltivare il gusto per la trasversalità: per esempio, nell’ambito del progetto Nautoscopio per la città di Palermo, abbiamo lanciato un web tv transdisciplinare con interviste a personaggi siciliani e in transito dalla Sicilia, che contiene video di surf, skate, snow mescolati a lezioni di cucina siciliana. Io amo la trasversalità, infatti non mi perdo i momenti di innovazione interdisciplinare, primo fra tutti Meet The Media Guru di Maria Grazia Mattei, 7thfloor di Andrea Genovese e Frontier of Interaction di Gianfranco Chicco.
Un negozio da non perdere?
La città dei libri usati Hay-on-Wye in Galles ma anche Shakespeare&Co. a Parigi.
Un film che non si può non vedere?
Scandalo a Filadelfia. Lo trovo di una modernità assoluta, visto attraverso l’occhio raffinato di un regista come George Cukor, che non manca di inserire una sottile nota di cinismo dietro l’eccentricità delle classi alto-borghesi degli anni ‘40.
Un libro? Anche un paio…
L’uomo artigiano di Richard Sennet e l’ultimo dell’indiano Altaf Tyrewala Nessun dio in vista.
Anche la musica è una straordinaria fucina di ispirazione. Ci segnala qualcosa che l’ha colpita?
La band che più mi ha sorpreso alla riapertura del Teatro Garibaldi per il 150° anniversario si chiama In-stabile Dis/accordo, con musicisti strepitosi tra cui Gianni Gebbia. E poi adoro i documentari “World Music” di Angeliki Aristomenopoulou che spazia dal Rajastan alla scena musicale contemporanea di Istanbul alla samba, a Kreuzberg con la scena hip-hop degli immigrati turchi in Germania.