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Spostamenti paralleli
“Mi avvicino ai luoghi con il desiderio di vivere lo spazio che mi circonda. Devo sentirmi parte della stessa
dimensione.” È così che Massimo Siragusa esordisce parlando del suo lavoro. Ed è vero.
C’è un andamento ondivago in queste fotografie. È lo stesso movimento del territorio indagato.
Il rumore si alterna al silenzio. La luce accecante si stende piatta per poi impennarsi nelle pieghe
più nascoste di un luogo conosciuto eppure misterioso.
È questo il ritmo incalzante del susseguirsi di scatti mirati, studiati e progettati. L’idea guida, il filo rosso,
è l’attraversamento. Un andare incontro alla realtà, sapendo che la fotografia è sempre l’interpretazione
di un soggetto. Case, strade, scuole, svincoli, grandi magazzini, campagne aperte sono le variabili casuali
che si possono legare attraverso uno sguardo che si fa via via sempre più coerente, fino ad assomigliare
al contesto generale: imprendibile.
Tra gli obiettivi di Massimo Siragusa, c’è il desiderio di cogliere quel mutamento. Una priorità rivestita
con trame delicate, dette a bassa voce. Non registra eventi eccezionali, ma la consuetudine.
Vi distingue i valori di possibilità e di probabilità. Trova un automatismo e da quello estrapola un anello
della concatenazione causa-effetto. Quello su cui, spesso, la nostra cognizione glissa e che qui, invece, viene
esplicitato. Approfondisce il riflesso dell’inconscio, riesuma elementi costanti, trascurati:
per esempio la sua proiezione onirica o la sua idea dell’essere senza età, senza misura, senza altezza.
Quasi trasparente interpreta con quella evanescenza anche se stesso, senza chiedere ad altri di recitare
o di fingere alcunché.
Siragusa è spudoratamente frontale. Arretra quel tanto che lasci respiro ad un ragionamento trasversale:
una statistica intuitiva. Entra in un vivaio dove una variabile aleatoria ordina la distribuzione e il numero
delle piante, delle case, delle villette a schiera. È affascinato da come queste entità siano soggette
a disposizioni dettate da una regola che passa dall’ordine al disordine senza soluzione di continuità.
Questo è un territorio dove tutto appare concentrato, allineato secondo un sistema di stoccaggio che si fa
fatica a cogliere e la dominante cromatica non si spegne nella serialità. Le piante, il verde, la natura
rimangono intrappolate nella loro stasi incosciente, quasi a rappresentare la loro impossibilità di orientare
lo spazio e la fotografia fissa un tempo e lascia che le immagini mostrino l’indecifrabile.
Denis Curti