Serenella Sferza

Del nostro Paese apprezza particolarmente il Trentino e l’Alto Adige (“perché lì ci sono interlocutori affidabili”), anche se considera tutta l’Italia un luogo “attraente” sotto molti aspetti; di Milano, città dove è nata, ricorda con particolare affetto gli anni passati alla Statale, dove si è laureata, e il cuore della zona vecchia. E poi c’è naturalmente il Mit e il suo impegno nella creazione di un doppio flusso di “cervelli” fra il nostro Paese e gli Stati Uniti.
Serenella Sferza, co-direttore del Mit-Italy Program, e lecturer al dipartimento di scienze politiche del Massachusetts Institute of Technology, parla del suo lavoro di “ponte” fra talenti nostrani e americani e di come, nonostante viva all’estero da più di vent’anni, si senta ancora una milanese doc.

Dottoressa Sferza, il photo-sferzamotto del Mit “mens et manus” rimanda all’operosità della bottega rinascimentale: è così?
In effetti sì: quello che si cerca di trasmettere ai nostri studenti è soprattutto una formazione che li educhi all’applicazione pratica delle competenze. E l’operosità e la spinta a cimentarsi in sfide sempre nuove è una caratteristica fondamentale di chi arriva al Mit. Attualmente stiamo lavorando per attaccare al motto tradizionale anche la parola “mundus”, vale a dire che vorremmo mandare di più i nostri studenti in giro per gli altri paesi del mondo.

Lei è co-direttore, insieme a Carlo Ratti, del Mit Italy Program, ci descrive in che cosa consiste il suo lavoro?
Fondamentalmente è un lavoro di ponte fra i due Paesi, che ha come obiettivo portare quello che c’è di meglio al Mit in Italia e viceversa. Negli ultimi anni abbiamo avviato diverse collaborazioni con svariati esponenti dell’eccellenza italiana nel settore della ricerca accademica,­ come il Politecnico di Milano e il Politecnico Torino,­ ma anche dell’impresa­ (Ferrari ed Enel), della gestione territoriale­ (Trentino Sviluppo)­ e dell’innovazione ­(Agenzia Innovazione). Uno degli ultimi esperimenti che abbiamo fatto è stato mandare alcuni studenti del Mit a tenere delle lezioni, in inglese ovviamente, nei licei italiani. Lo scambio ha funzionato bene e abbiamo in programma di ripeterlo, perché è importantissimo mettere nuova linfa nel sistema di istruzione italiano, ancora troppo tradizionalista e rinchiuso in se stesso.

A proposito, di recente è uscito un articolo sul Corriere della Sera dal titolo “Perché il merito da noi non vince”, in cui si imputava il fallimento della meritocrazia alla nostra tradizione accademica, troppo elitaria e talvolta scadente, e a quel  “familismo” che sconfina spesso nel baronato. Che cosa ne pensa?
Beh, vivendolo in prima persona tutti i giorni posso dire che il sistema americano, per come è concepito, offre maggiori opportunità ai giovani, anche stranieri, poiché punta maggiormente sul valore della persona e sulle sue capacità. In Italia, invece, esiste ancora quel sistema clientelistico e gerontocratico che uccide la meritocrazia e frena la creatività e l’innovazione. Detto questo, però, gli studenti italiani che vengono a fare ricerca al Mit sono molto preparati, a riprova che il sistema di istruzione è molto valido, sebbene tenda ancora a valorizzare la teoria sulla pratica, la mens sulla manus.

Lei che ci guarda da lontano, ma con occhi in parte ancora italiani, quali ostacoli vede all’innovazione, allo sviluppo e a un nuovo Rinascimentoo? E quali, invece, gli elementi su cui bisognerebbe puntare?
Ci sono alcuni ostacoli oggettivi, come la mancanza di tecnologia avanzata e di servizi. Inoltre, se si escludono poche grandi aziende, come Barilla, Luxottica, Ferrero, Enel, Eni, Fiat, Finmeccanica e Techint, c’è una scarsa presenza di altre realtà italiane sulla scena internazionale. Quindi bisognerebbe spingere maggiormente  le piccole e medie aziende ad allargare lo sguardo e a sperimentare un raggio di azione molto più internazionalizzato. D’altra parte, esistono esempi di eccellenza e di coraggio in Italia: penso alla scuola superiore di Catania, all’ospedale oncologico di Cagliari, il primo ad aver applicato la crioterapia per l’asportazione dei tumori, all’azienda di Brunello Cucinelli con il suo straordinario lavoro di recupero ambientale a Solomeo e anche alle tante aziende che gravitano intorno a Renaissance Link, con le quali ci piacerebbe aprire un interscambio proficuo.

Quindi il coraggio non manca…
Non manca ma non ce n’è abbastanza: molte aziende italiane sono poco disposte a rischiare portando all’interno delle loro strutture menti straniere; dall’altra c’è ancora una scarsa informazione sulle enormi possibilità che questi scambi tra “cervelli” possono offrire. Allora, per dirla con le parole dell’economista Lester Thurow, particolarmente condivise da chi opera al Mit, meglio darsi la possibilità di “cadere in avanti” che rimanere saldi ma fermi.